«Ah, se il mio datore di lavoro mi avesse versato tutti i contributi sarei in pensione già da tempo». Questa frase mi è capitato di sentirla decine e decine di volte. Purtroppo, non è semplicemente il lamento di un lavoratore che sogna la pensione, ma una realtà che colpisce numerosi lavoratori dipendenti. Allora, come recuperare i contributi non versati dal datore di lavoro?
Per fortuna esistono delle strade percorribili per ovviare a questa fastidiosa mancanza. Nelle prossime righe osserveremo qual è la migliore da intraprendere a seconda dei casi.
Che cosa sono i contributi previdenziali?
Prima di addentrarci tra le soluzioni possibili facciamo un breve ripasso. I contributi previdenziali sono somme obbligatorie destinate a finanziare le prestazioni previdenziali e assistenziali. Tra questi c’è ovviamente l’agognata pensione e la malattia in caso di infortuni.
I contributi previdenziali sono a carico sia del lavoratore, sia del datore di lavoro. Al dipendente vengono trattenuti direttamente in busta paga. Il datore di lavoro invece ha il compito più delicato, ovvero versare materialmente all’INPS i contributi del dipendente (che gli trattiene in busta paga) e quelli a carico suo.
Ed è propri qui che si crea il cortocircuito. Qualora il datore di lavoro si dimenticasse di versarli o volesse semplicemente fare il “furbetto”, la posizione contributiva del dipendente sarebbe compromessa. L’aspetto peggiore è che il dipendente non ha modo di accorgersi immediatamente del mancato versamento. Infatti, sul cedolino della sua busta paga può esserci segnata la trattenuta, ma ciò non implica che sia stata regolarmente versata.
Come verificare che i contributi siano stati versati?
Molti dei clienti che frequentano il mio studio procedono con la verifica dei contributi versati poco prima di andare in pensione, solitamente uno o due anni prima di raggiungere l’età del ritiro lavorativo. Peccato, che sia troppo tardi!
Per evitare brutte sorprese e scovare eventuali contributi non versati dal datore di lavoro dovresti ricorrere periodicamente all’estratto conto contributivo INPS, ovvero il documento che riepiloga i contributi accreditati a favore del lavoratore.
La consultazione può essere fatta online, accedendo ai servizi INPS con le credenziali digitali previste. Una volta entrati nella propria area personale, è possibile verificare:
- i periodi lavorati;
- le settimane accreditate;
- le retribuzioni registrate.
Incrociando questi dati con le buste paghe e gli altri documenti relativi al rapporto di lavoro, scovare le incongruenze nei versamenti sarà un gioco da ragazzi. Ovviamente non devi svolgere direttamente tu le operazioni di controllo, ma puoi ad esempio affidarti ad un consulente finanziario e tributario esperto come la sottoscritta (sono sempre a disposizione per una consulenza!).
Cosa fare se si scoprono dei contributi non versati?
Quando si scoprono dei contributi non versati dal datore di lavoro la parola d’ordine diventa tempestività. Infatti, sapevi che il mancato versamento va in prescrizione. In quanto tempo? In appena 5 anni!
Passato questo periodo non potrai più recuperare i contributi non versati attraverso gli strumenti ordinari messi a disposizione dell’INPS. Proprio per questo motivo, nei paragrafi precedenti ti ho consigliato di visionare l’estratto conto contributivo periodicamente e di non attendere di giungere in prossimità dell’età pensionabile per effettuare i controlli.
Mettiamo il caso, invece, che tu scopra i contributi non versati mentre sei lavorativamente ancora attivo (ed ovviamente non è decorso il limite dei 5 anni). Come dovresti comportarti?
La prima azione da intraprendere è chiedere delucidazioni direttamente al tuo datore di lavoro. A volte l’anomalia può dipendere da errori, ritardi o comunicazioni non ancora correttamente registrate.
Qualora, il datore di lavoro, non volesse venire incontro alle tue richieste, non resta altro che la via della segnalazione all’INPS, il quale effettuerà le verifiche del caso e successivamente si attiverà per il recupero dei contributi non versati.
L’Istituto Nazionale di Previdenza tutela il lavoratore in base al principio di automaticità delle prestazioni. Come abbiamo osservato qualche riga più su, il dipendente viene liberato da ogni responsabilità in quanto è al datore di lavoro che spetta l’onere di versare i contributi attraverso le apposite comunicazioni telematiche.
Inoltre, è importante sottolineare un altro aspetto: se la denuncia viene effettuata entro 5 anni dall’omissione il periodo di prescrizione per il mancato versamento si allunga a 10 anni.
Facciamo un esempio per rendere tutto più chiaro. Il tuo datore di lavoro ha omesso il versamento dei contributi nel 2021. Ti sei accorto dell’irregolarità nel 2025 e di conseguenza hai inviato la segnalazione all’INPS. Quest’ultimo avrà a disposizione per effettuare le verifiche e recuperare i contributi non versati dal datore di lavoro fino al 2031.
Cosa fare se sono decorsi i termini di prescrizione?
Sono sicura che le prossime righe non saranno troppo di tuo gradimento. Qualora il mancato versamento fosse caduto in prescrizione hai due opzioni a disposizione:
- richiedere la rendita vitalizia INPS;
- chiedere un risarcimento danni al datore di lavoro.
Quest’ultima strada è percorribile solo se l’azienda è ancora esistente. Ovviamente, chiedere un risarcimento significa affidarsi ad un avvocato del lavoro o ad un patronato ed affrontare una causa civile (ed i suoi costi), che molto probabilmente sarà caratterizzata da un iter non troppo breve.
Che cos’è la rendita vitalizia INPS?
Passiamo all’ultima opzione a nostra disposizione: la rendita vitalizia INPS. L’articolo 13 della Legge 1338/1962 permette al datore di lavoro o al lavoratore stesso di costituire presso l’INPS una rendita vitalizia che andrà a sopperire ai contributi non versati.
Nella pratica, si versa all’ente il cosiddetto onere di riscatto che serve a coprire finanziariamente la quota di pensione che avresti perso a causa dei contributi omessi. Sì, la legge dice che potrebbe essere direttamente il datore di lavoro a farsi carico di questo onere. Tuttavia, le possibilità che ciò accada sono vicine allo zero.
Infatti, è bene ricordare che il mancato versamento è ormai caduto in prescrizione e di conseguenza il datore di lavoro non è più sanzionabile (se non per vie legali). Insomma, l’unico motivo per cui potrebbe farsi carico del pagamento della somma sarebbe il profondo senso di colpa nei confronti del suo dipendente. Una possibilità remota, non credi?
A quanto ammonta l’onere di riscatto?
Ora veniamo al tasto più dolente: quanto si paga l’onere di riscatto per regolarizzare la propria posizione contributiva?
Innanzitutto, c’è una questione temporale da prendere in considerazione. Se i contributi risalgono ad un periodo successivo al 31 dicembre 1995 si effettua un calcolo percentuale, mentre se antecedenti a questa data si ricorrere al calcolo della “riserva matematica”. Quali sono le differenze?
Il calcolo percentuale
Partiamo dal calcolo percentuale, il quale è indubbiamente quello più semplice da applicare. L’onere si calcola applicando l’aliquota contributiva del 33% nel caso dei lavori dipendenti sulla retribuzione degli ultimi 12 mesi.
Quindi, mettiamo caso che nel 2010 non ti siano stati versati i contributi. Al tempo stesso consideriamo che tu nell’ultimo anno di lavoro abbia guadagnato 30mila euro. Il calcolo per stabilire l’onere di riscatto sarà il seguente:
30.000×33%=9.900 €
Questo sarà il costo lordo da versare all’INPS per un anno di contributi non versati.
Il calcolo della riserva matematica
Ora passiamo al calcolo della “riserva matematica” relativo ai contributi non versati prima del 31 dicembre 1995. Qui, le carte in tavola cambiano in quanto il sistema di calcolo della pensione all’epoca era diverso da quello attuale.
Facciamo perciò un breve excursus storico. Prima del 1996 la pensione veniva calcolata attraverso il sistema retributivo. Questo si basava sul concetto di “mantenere il tenore di vita” accumulato alla fine della tua carriera lavorativa.
L’INPS prendeva come riferimento la media degli ultimi stipendi (di solito gli ultimi 5 o 10 anni di lavoro, che generalmente erano i più alti della vita lavorativa) e la moltiplicava per una percentuale fissa (circa il 2% per ogni anno di contributi). Calcolatrice alla mano, se fossi arrivato a 40 anni di contributi, saresti andato in pensione ricevendo circa l’80% del tuo ultimo stipendio.
Quindi, come verrebbe calcolato l’onere di riscatto in questo caso?
L’INPS non applica una percentuale fissa, ma calcola una riserva matematica basata su criteri attuariali. In parole semplici, si tiene in considerazione:
- quale sarebbe la tua pensione senza quei contributi;
- quale sarebbe la tua pensione con quei contributi.
Dopodiché la differenza che si ottiene viene moltiplicata per dei coefficienti di calcolo stabiliti per legge, che variano in base alla tua età, al sesso e all’anzianità contributiva al momento della domanda. Più sei vicino all’età pensionabile, più il coefficiente è alto, e più il riscatto costerà caro.
L’unica magra consolazione della rendita vitalizia INPS è la possibilità di dedurla. Riprendiamo l’esempio dell’onere di riscatto fissato a 9.900 euro e supponiamo che tu abbia un’aliquota IRPEF del 26%.
Come sai, l’IRPEF è la tassa sullo stipendio. Facciamo l’ipotesi che nell’ultimo anno le tue entrate da lavoro dipendente ammontino a 30.000 euro. L’onere di riscatto lo potrai dedurre da questa somma.
30.000 € (Stipendio lordo) − 9.900 € (Costo riscatto) = 20.100 €
Senza il riscatto avresti pagato di IRPEF 7800 € di tasse (30.000×26%), mentre con il riscatto ne pagheresti 5.226 € (20.100 x 26%). Insomma, otterresti un risparmio di 2.574 €.
Spero che questa guida su come recuperare i contributi non versati dal datore di lavoro ti sia stata utile. Mi chiamo Laura Oppo e sono una consulente fiscale e tributaria a Torino: sono a tua disposizione per dichiarazioni ed ogni genere di informazioni legate al mondo della fiscalità. Contattami senza impegno per una consulenza.


